Trump, populismo: cause e implicazioni

Quanto accaduto negli Stati Uniti, al momento della certificazione della Presidenza di Biden, non deve lasciarci indifferenti e necessita di una riflessione profonda e articolata, che provo a sviluppare di seguito.
In primo luogo, se è vero che circa la metà degli americani si sente rappresentato da Trump e, quindi, anche dal suo sprezzo per le istituzioni democratiche, dobbiamo chiederci il perché o, più in generale, il perché del populismo.
Negli ultimi anni, abbiamo assistito alla crescente frammentazione delle conoscenze e delle specializzazioni, con la evidente conseguenza che frequentemente non si replica nel merito delle domande ma con risposte che troncano la discussione, ponendo l’accento sulla mancanza di conoscenze.
Mi spiego meglio: ad esempio, quando si discute di vaccini e di legittime, ma a volte stupide (per i virologi) domande sulle composizioni del farmaco, si replica nel modo che segue: “Sei un virologo”?. Se si parla agricoltura e dell’uso dei fertilizzanti, ancora, si replica: “Sei uno scienziato”? Se si giudica una legge, “Sei un avvocato o un giudice”?. E cos via…
Questo modo di affrontare e dibattere, a tutti i livelli, aumenta la distanza tra i detentori di conoscenze specifiche, spesso chiamati anche a governare, ed il resto della popolazione, non di rado esclusa dai governi, proprio perché non in possesso di quelle competenze richieste a governi magari tecnici.
Eppure le scelte politiche dei tecnici dovrebbero essere adottate anche nell’interesse di chi da quelle stesse scelte viene escluso, perché dovrebbero perseguire l’interesse generale, non inteso come pura sommatoria di interessi privati.
Una parte di quel mondo, come detto escluso dalle cariche politiche (messo in condizioni di non nuocere, perché ritenuto impreparato, volgare, incompetente, ha trovato il suo sfogo, la sua rappresentanza, in Trump e in chi come lui non ha posto alcun filtro tra lo stomaco e la testa.
E ciò vale anche nel nostro paese, come in tutte le democrazie occidentali. Finchè i più, privi di competenze, non solo saranno esclusi dalle decisioni politiche ma addirittura non ci si assumerà l’onere di spiegare loro il perché di una scelta, secondo me, il populismo avrà vita facile.
Sarebbe auspicabile, invece, che i cittadini, seppur non scienziati ma destinatari diretti delle scelte che li coinvolgono, fossero lo strumento per la sintesi politica, di cui la democrazia si nutre.
Oggi, quindi, la frammentazione delle conoscenze, il continuo ricorso ai tecnici in politica e la conseguente esclusione della maggior parte dei cittadini dalla formazione delle scelte, peraltro quasi mai spiegata, perché complessa, provoca quello che definiamo tutti populismo e che sta inquinando le nostre democrazie.
Quanto detto, non vuol significare che i tecnici, scienziati o economisti che siano, devono essere esclusi dalla vita politica: l’esatto opposto. Perché, se le forme di governo, platonicamente intese, devono essere la guida dei migliori, è evidente che non vi può essere alcuna volontà di escludere le eccellenze conoscitive dalla guida delle comunità.
Semmai potrebbe aprirsi uno spazio di riflessione sui modi di reclutamento della classe dirigente a livello amministrativo e del perché queste eminenti professionalità siano state escluse dai luoghi decisionali amministrativi – non solo politici- del paese, ma questo attiene ad un altro tema, che prima o poi, dovremo avere il coraggio di affrontare.
Un’altra causa del populismo, poi, secondo me, và individuata nella assoluta mancanza di luoghi destinati al confronto democratico, in cui i temi vengono conosciuti, approfonditi, analizzati, sintetizzati e dibattuti, per poi essere portati all’esterno. E mi riferisco, in tal senso, alla grande funzione che hanno svolto i partiti ed i sindacati nel ‘900.
Oggi, questi contenitori di idee appaiono svuotati, messi ai margini del dibattito politico, in cui ogni singolo ha la propria ricetta, generale, inflessibile ed immediata, mentre la realtà, al contrario, appare in tutta la sua complessità, problematicità e frammentarietà, tanto da doverci indurre a ritenere che probabilmente non esistono soluzioni “a portata di mano” ma che problemi complessi richiedono soluzioni complesse.
L’assenza dei partiti, i cui sopravvissuti sono relegati a meri movimenti personali, comporta la evidente conseguenza della mancanza di filtri, come il dibattito ed il confronto, necessari per trovare la sintesi in politica, al fine di poter perseguire l’interesse generale, oltre che a sottoporre alla società, sia essa statale o locale, una visione del mondo nella quale vanno inquadrate le scelte assunte.
Insomma gli States sembrano lontani ma, in un mondo globalizzato, ciò che accade dall’altra parte del pianeta deve riguardarci da vicino, inducendocii a comprendere che il cammino della democrazia è rappresentato da un percorso tortuoso non privo di ostacoli e di difficoltà, in cui le derive, populiste o autoritariste che siano, sono a portata di mano.

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