IL PIANO URBANISTICO GENERALE INTERVENTO IN COMMISSIONE URBANISTICA

“Dalla pianificazione urbanistica alla pianificazione della vita urbana, per offrire a breve distanza le sei funzioni sociali urbane essenziali: vivere, lavorare, fornire, curare, imparare, godere” (Carlos  Moreno La città dei 15 minuti)

dato il poco tempo a disposizione, ho ritenuto di entrare subito nel merito della relazione presentata alla Commissione dai tecnici incaricati di redigere il Piano Urbanisto della Città di Lecce, affrontando le zone tematiche che ho ritenuto di affrontare in una prima generale disamina, che propongo di seguito.

COSTA E APPRODI

In primo luogo, mi preme ricordare che durante l’approvazione del Piano comunale delle Coste, in ordine alla darsena di Frigole, abbiamo richiesto che venisse catalogato in tal senso, al fine di poter consentire di agire di conseguenza ed in modo da poter utilizzare gli strumenti adeguati sia di natura urbanistica che giuridica (finanziamenti ed altro).

E ciò anche in conformità con l’ODG approvato in consiglio comunale, contestualmente all’adozione del PCC, laddove siamo stati rassicurati che la darsena di Frigole sarebbe stata oggetto di specifica trattazione con il Piano Urbanistico Generale, ma anche in virtù della variante ai terreni prospicienti.

Per noi è un punto fondamentale, perché nella relazione inviataci non vi ho trovato traccia, e questo ci ha preoccupato, perché “Lecce è il suo mare” è anche Lecce e i suoi approdi, antichissimi, come dimostra l’insediamento di Porto Adriano.

Ecco, in questa prima fase, ho richiesto di avere chiarimenti su questo punto.

In seconda analisi, poi, rimanendo sulla costa, mi ha molto incuriosito lo schema utilizzato per gli insediamenti costieri con i criteri di perequazione, dove per gli immobili condonati è previsto un esproprio con indennizzo o permuta con alloggio di pari valore mentre per gli immobili non condonabili è prevista una strategia come la permuta, in presenza di autodemolizione, con lotto comunale edificabile e infrastrutturato, quasi un premio per chi è stato spontaneo.

Tuttavia, al di là della proposta, ho ritenuto di chiedere se dal punto di vista normativo si è valutata la sostenibilità giuridica di tale norma? Perché i condoni che si sono susseguiti nel tempo sono stati adottati con legge dello Stato e mi pare assai singolare che si possa intervenire con uno strumento di pianificazione locale in deroga ad una legge nazionale.

Mentre, non si trovano interventi e norme chiare e specifiche sui manufatti in cemento, mi si perdonerà, il richiamo al noto Lungomuro di Frigole, dove il mare non si vede.

CITTA’ PRODUTTIVA

Entrando nel cuore della città, poi, mi pare opportuno soffermarmi sulla città produttiva, dove sviluppo e sostenibilità non devono essere l’uno alternativo all’altro. In tal senso, al netto del richiamo alla zona affidata al Consorzio ASI, su cui l’A.C. per troppi anni ha abdicato la propria guida, non ho trovato una direttrice che ci consenta di attrarre investimenti pubblici e privati. E di questo ho chiesto chiarimenti, perchè è essenziale comprendere come sostenerci, al netto del turismo.

La Lecce produttiva dove vuole andare? Qual’è il rapporto con l’università?

Provo a spiegarmi meglio.

Un nuovo fenomeno economico, nella nostra regione, relativamente recente, ad esempio, è quello degli hub, incubatori, che nascono dalla collaborazione università/impresa e che attraggono notevoli risorse pubbliche. Dove pensiamo di collocarle? Ne abbiamo affrontato il tema con l’Ateneo?

E qui vengo ad esporre i prossimi due temi, che vi prego di considerare come puramente interlocutori:

  1. La città universitaria
  2. Il lavoro

La prima di pare che prende a sistema quanto già c’è ma non si preoccupa molto di quanto ci sarebbe da fare. Mi spiego meglio.

Da un lato lo sviluppo dell’Ateneo è stato evidentemente caotico e non coniugato con la città -mi spingerei a dire, da ex senatore accademico, neanche con se stesso- si veda la facoltà di giurisprudenza, unico esempio ad essere collocata al di fuori della facoltà umanistiche.

Appare evidente, peraltro,  che, più che dialogare tra gli organi di vertice dell’Ateneo, sia necessario ascoltare la popolazione studentesca fatta di 18.000 studenti chiedendo loro dove vogliono vivere, se preferiscono un quartiere universitario o avere una presenza diffusa, ad esempio. E come si è pensato a questa presenza in città? E’ stato fatto uno studio tra chi viene saltuariamente in città, chi ci vive affittando un immobile ecc? Come si muovono i nostgri studenti? Che spazi vogliamo riconoscergli? Quali vogliamo condividere? Con quali funzioni? Con quali declinazioni: sport, studio, attività culturali?

E poi la lecce produttiva, fatta di aziende e di lavoratori: ora sui dati in possesso dei tecnici forse non mi soffermerei, atteso che sono fermi al 2011, per loro stessa ammissione. Ma mi chiedo, come si muove la città che lavora, dove risiede, come accede in città se non vi risiede? Sono alcune domande che pongo. Che tipo di lavoro svolge? Perché a me risultano 2.300 posti in call center? Siamo sicuri che questa fascia superi il livello minimo di povertà?

Domande che, prima di pianificare urbanisticamente lo spazio cittadino, devono trovare una risposta.

AMBIENTE E VERDE

Veniamo, poi, alla questione del verde pubblico, necessario a migliorare la qualità della vita. Anche qui, in che direzione vogliamo andare? Dobbiamo abbassare i livelli di polveri sottili e mitigare il riscaldamento. Come lo facciamo? Con cunei di verde oppure invadendo la città di alberature? Credo sia un tema ed un approccio dirimente. Assistiamo a Milano, per esempio, ad una grande rivoluzione green, con giardini verticali, ad esempio. Noi ci limitiamo a qualche albero in periferia, oppure – importantissimo, secondo me- invadiamo la città con il verde urbano e peristradale?

Il verde, sullo stile di una riserva indiana, rinchiuso in piccole spazi, è moderno? E’ da solo sufficiente a salvare vite?

Perché il focus sui cunei verdi l’ho seguito così come quello sulla città rurale ma, anche qui, molte di quelle che erano stalle sono divenute abitazioni, cosa ne facciamo? Vogliamo far finta di nulla?

E poi, cè il grande tema delle comunità rurali, piccoli proprietari che si consociano per condividere i mezzi di produzione: è questo lo strumento giusto per caldeggiarle?

PUMS.

Il PUMS (Piano Urbano della Mobilità Sostenibile) è un piano strategico che si basa sugli strumenti di pianificazione esistenti e tiene in debita considerazione i principi di integrazione, partecipazione e valutazione per soddisfare, oggi e domani, le necessità di mobilità delle persone e delle merci con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita nelle città e nei loro dintorni.

Le politiche e le misure definite in un PUMS devono riguardare tutti i modi e le forme di trasporto presenti sull’intero agglomerato urbano, pubbliche e private, passeggeri e merci, motorizzate e non motorizzate, di circolazione e sosta.

Le amministrazioni comunali non devono considerarlo come un piano aggiuntivo. È fondamentale rimarcare che un Piano Urbano della Mobilità Sostenibile si costruisce su piani già esistenti estendendone i contenuti. (Fonte Osservatorio PUMS)

Viene detto nella relazione che è “in corso di redazione”. Ora uno strumento così importante non è necessario per la pianificazione urbanistica? Se no, allora occorre che il PUG ne determini le scelte, in tal caso verso quale direzione? E mi riferisco a luoghi interscambio, analisi degli spostamenti, progettazione del futuro della mobilità.

Ecco, in questa prima fase, mi limito a porre queste domande, alle quali credo sia opportuno dare risposta. Le riflessioni sulla qualità del lavoro evidentemente le svolgeremo alla fine di questo lavoro.

CONSUMO DI SUOLO

Io credo che questo debba essere l’assioma che deve vederci impegnati vverso un PUG non espansivo ma mi chiedo se è un assioma, il postulato primo, non credete che si debba procedere in tal senso? Lo dico in virtù di nuovi e ulteriori insediamenti che si vogliono fare in città e che poco hanno a che fare con lo stop al consumo di suolo. Non possiamo chiederlo, imporlo ai cittadini ed alle imprese e poi non tenerlo inconsiderazione per lo Stato. Il riferimento è evidentemente alla stazione dei Carabinieri, che pur dipendendo dal medesimo Ministero della Difesa, pare di capire che abbia difficoltà di convivenza con l’esercito, suo fratello ministeriale, per cui abbiamo in città l’esercito al centro e rischiamo di avere i carabinieri al di fuori della città: ecco vi chiedo, non è questo il momento di queste scelte?

Riservando successivi e più specifici interventi, rimango in attesa di risposte.